Mentre scrivevo la bozza di questo articolo ero in metropolitana.

In fianco a me due lavoratori “da ufficio pubblico” parlavano con perizia chirurgica di timbrature e minuti di straordinario “no ma se timbri alle 15 17 è meglio che se timbri alle 15 35 prendi 20 minuti di straordinario ma non devi fare mezz’ora” e così via.

Davanti a me la classica giovinetta digitalcosa che parlava al telefono con le cuffie e intanto digitava qualcosa forsennata ed intanto fissava nel vuoto con le occhiaie sapientemente coperte dal correttore, ma una tristezza nello sguardo non proprio truccabile.

Poi c’ero io.

Che ero non stanca di più, vedevo i pallini bianchi dalla stanchezza, perchè ho lavorato 5 settimane di seguito e perchè ero reduce da un week end di master veramente strong dopo il quale ci volevano almeno 24 ore di letto e invece no.

Io sono responsabile ed io sono wonder woman per cui tengo duro.

Così mi hanno insegnato – così mi dice ancora mia mamma quando le dico che sono stanca mi dice solo “Cara grazia che hai lavoro (sottointeso “con quella roba lì che fai”).

Al master quel week end si parlava di mondo del lavoro e so che è un week end tosto, che fa tanti morti e feriti perchè si parla di qualcosa che ci tocca molto da vicino e perchè ha a che vedere con moltissime delle nostre convizioni più profonde, indicazioni famigliari, frasi che ci portiamo dentro.

Tendenzialmente lavoro con persone che stanno cercando il loro posto nel mondo, ma che allo stesso tempo hanno questa voce dentro che dice “se non ti fa almeno un pò schifo non è un lavoro, se non hai lo stipendio fisso non è un lavoro, se non hai tutti i benefit non è un lavoro, se non hai l’ufficio ed i colleghi non è un lavoro” che è nell’80% dei casi è qualcosa che hanno sentito dai loro genitori, per il resto una consuetudine o un “si è sempre fatto così”.

Io poi arrivo e dico che il lavoro non c’entra niente, che se non abbiamo una buona vita non avremo mai un buon lavoro e che se non abbiamo un buon rapporto con noi stessi non avremo una buona vita, che quindi è inutile pensare che il CEO di Google sta meglio/è meglio del panettiere arabo che sta sotto casa mia o che se cambierò azienda allora andrà tutto bene, se farò il MIP sarò migliore, se cresco di ruolo non avrò più problemi, se mi metterò in proprio pranzerò ogni giorno con i cerbiatti.

No, il problema c’è.

Ed è che noi siamo noi in ogni circostanza e se non cambiamo quello che non funziona, nella nostra vita o con noi stessi, qualunque cosa faremo non potrà funzionare.

Questo non significa che il coaching legato al lavoro non funziona, ma solo che in otto casi su dieci non è un problema di lavoro, magari è un problema di priorità, di relazioni, di messa a fuoco, di stile di vita, di autostima, ma non di lavoro. Poi c’è il  20% rimanente ed allora in questo caso Career Coaching per tutti!

Prendete me.

Le cazzate che facevo in azienda e che mi rovinavano la vita in azienda le faccio uguali uguali oggi che ho trovato il mio “dream job”:

  • Non ascoltare il mio corpo anche quando mi manda segnali chiari ed evidenti: martedì scorso mi sono sentita male nel bagno di ADF non mi reggevo in piedi e ho scoperto di avere 39 di febbre (da esaustione), solo mezza morta ho osato cancellare tutti gli impegni per due giornate che ho passato a letto, la prima in vero coma, la seconda metà e metà
  • Pensare di essere Wonder Woman e di dovermela cavare sempre da sola e senza disturbare  anche quando questo è a mio totale discapito
  • Non mettermi al primo posto quando so con certezza che se l’aereo perde quota la prima cosa è mettere in sicuro sè stessi e solo dopo tutti gli altri

 

Se vi serve la prova del 9 prendete me, insomma: faccio il lavoro dei sogni e mi viene anche abbastanza bene, ma se non lavoro su questi miei tre punti di debolezza anche l’Accademia della Felicità può trasformarsi nell’Accademia della Noia o della Paura o della Sindrome da Affaticamento Cronico.

L’unica soluzione per quello che mi riguarda è lavorare sempre su questi punti che sono debolezze ormai ataviche e non – ad esempio – tornare in azienda o cambiare lavoro.

Cosa ne pensate?

Se vi va scrivetemi: francesca.z@accademiafelicita.it